18 novembre - Atene antifascista e antigolpista ricorda la rivolta del 1973
Più di 16 mila persone per la commemorazione dello sgombero del Politecnico di Atene

Ieri pomeriggio ad Atene sono scese in piazza più di 16 mila
persone per ricordare la rivolta del 1973 degli studenti del Politecnico contro
la dittatura dei colonnelli. Il governo ha schierato 7 mila agenti,
creando uno scenario surreale nella città, la quale era blindata ad ogni angolo
e sorvolata dagli elicotteri della polizia. Interessante come il partito
socialista, presente negli anni alla testa del corteo, quest'anno abbia
preferito seguire un altro percorso per evitare le contestazioni che sarebbero
stati più che vivaci: il PASOK è uno dei principali responsabili della crisi
greca e durante le ultime elezioni ha ottenuto un misero 13,2% in confronto
all'iniziale 44%. Un corteo lunghissimo, aperto dalla bandiera del Politecnico
sottratta 40 anni fa alla furia dei carri armati, ha sfilato per le vie avendo
come meta l'ambasciata statunitense. La composizione del corteo è stata molto
eterogenea: mamme con bambini, una massiccia componente studentesca, le persone
imprigionate ed esiliate dalla dittatura e sindacati.
Pur essendo una commemorazione, lo sguardo era rivolto più al
presente che al passato: la situazione attuale della Grecia si discosta di poco
da quella degli anni '60-70. Cinquant'anni fa la Grecia era governata da un
regime dittatoriale fascista, apertamente sostenuto dal governo di Washington.
Oggi, nonostante le promesse ottimistiche di ripresa da parte del governo, la
popolazione greca vive una quotidianità inammissibile fatta di sole misure
d'austerity, resa tale dai diktat della Troika. L'Unione europea, insieme alla
BCE e al FMI, non vengono affatto individuati come dei salvatori, ma al
contrario come coloro che hanno messo il paese in ginocchio. Il paragone agli
Stati Uniti che 40 anni fa hanno appoggiato la dittatura in nome della
stabilità della NATO viene spontaneo e colpisce ancora di più l'attualità della
rivendicazione gridata nel 1973 “pane, educazione, libertà”, visto che
all'inizio di quest'anno accademico 8 università hanno chiuso i battenti. Il
corteo ha scandito cori come “UE, BCE, FMI fuori” “Fascismo mai più!” lungo
tutto il percorso. Le forze dell'ordine hanno completamente blindato la zona
dell'ambasciata americana, rendendone impossibile il raggiungimento. Come se
ciò non bastasse, a conclusione del corteo la polizia ha caricato e arrestato
persone nel quartiere di Exarchia. Secondo testimoni oculari, un agente ha
gridato " Sangue, onore, Alba dorata!” Dunque cosa è cambiato dopo 40
anni?
I cortei si sono svolti anche in altre città come Salonicco,
Patrasso, in quest'ultima città i manifestanti hanno lanciato pietre contro i
locali di Alba Dorata. Ovviamente la polizia, schierata a difesa del covo dei
fascisti, ha immediatamente lanciato gas lacrimogeni per allontanare la folla.
Pubblicato e fatto girare da Proletari Comunisti - PCm Italia blogspot
-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Il 17.11.2013 22:31 Alexis ha scritto:
I ragazzi del Politecnico

“Quella tragica giornata si aprì in maniera gioiosa. Al mattino, il cortile dell’università fu invaso dai ragazzini delle superiori venuti a esprimerci solidarietà”. Il 16 novembre 1973, la matricola della facoltà di economia Nadia Valavani era nel Politecnico di Atene dove due giorni prima, assieme a migliaia di compagni, si era asserragliata per reclamare la fine della giunta militare al potere dal colpo di Stato del 21 aprile 1967. “Quando, nel pomeriggio, iniziarono gli scontri – ricorda Valavani, neo deputata di Syriza, la Coalizione della sinistra radicale -, i megafoni avvertirono: chi vuole tornare a casa, deve farlo subito! Rimasero quasi tutti con noi, anche i più giovani”.
Guidati da Gheorghios Papadopoulos – ufficiale di collegamento tra i servizi segreti greci e la Cia -, subito dopo il golpe i colonnelli avevano sciolto i partiti politici, cancellato i diritti civili, vietato gli scioperi. E, come denunciò già nel 1969 un rapporto della Commissione europea per i diritti dell’uomo, praticato in maniera estensiva la tortura contro gli oppositori (comunisti e di sinistra in primis) e chi fosse sospettato di non appoggiare il regime. Nel 1973 l’inflazione era balzata al 30% e i militari avevano concesso un’amnistia per tutti i prigionieri politici, per preparare elezioni dalle quali sarebbe dovuta nascere una “repubblica presidenziale parlamentare”. Gli studenti si mostrarono indisponibili a tollerare qualsiasi riforma pilotata dagli uomini in divisa.
“Chiedevamo libertà accademica e di poter scegliere i nostri
rappresentanti nelle facoltà – racconta Gerasimos Balaouras, ex leader del
movimento -, scandivamo lo slogan “Cinque anni sono già troppi da sopportare!”,
in riferimento non alla durata degli studi ma alla dittatura”.
Pavlos Klavdianos nel dicembre 1967 partecipò alla fondazione di Rigas Fereos,
la prima organizzazione giovanile clandestina. “Avvicinavamo persone che non
erano mai state schedate – spiega Klavdianos, che oggi dirige il settimanale
Epohi -, puntavamo ad allargare il movimento oltre i confini della sinistra”.
Una sinistra, quella comunista in particolare, ingabbiata dalle persecuzioni
post guerra civile, che i colonnelli additarono come “il pericolo” arginato dal
putsch, diretto in realtà a frenare l’avanzata elettorale dell’Unione di centro
di Papandreou.
Catturato nel 1968, Klavdianos fu detenuto nel campo militare Dyonisos di
Atene, dove agli ordini del comandante del 505° Battaglione, Kostas
Papadopoulos (fratello del capo della giunta), operava il principale aguzzino
dell’esercito, il colonnello Vassilios Ioannidis. “Uno dei luoghi di detenzione
dove le sevizie erano più atroci – rammenta Klavdianos -: due volte mi
condussero d’urgenza in ospedale, per evitare che morissi sotto tortura”.
La sevizia più comunemente riservata ai fermati era la fàlanga: legati supini a
una panca con una corda, venivano percossi sulle piante dei piedi con dei
bastoni. Negli intervalli tra una sessione e l’altra venivano slegati e
costretti a correre sui piedi dolenti.
“La svolta – spiega Rigas Raftopoulos, storico e fondatore
dell’Archivio Emian – arrivò nel gennaio del 1973 quando, con la Piattaforma
del Politecnico, si andò oltre le rivendicazioni studentesche e fu chiesto il
ripristino delle libertà democratiche”. Il 23 febbraio e, di nuovo, il 20 marzo
venne occupata la facoltà di giurisprudenza: per la prima volta, i cittadini
comuni si schierarono con gli studenti.
Arrestato il 14 febbraio 1973 nel corso di una manifestazione, Balaouras
conserva con orgoglio i giornali dell’epoca, in cui viene ritratto con evidenti
segni di tortura: “Nella caserma dell’Asfalia (la polizia di sicurezza, ndr) la
mia cella si riempì di agenti che mi picchiavano a turno, in ogni parte del
corpo”. Balaouras – sindacalista in pensione della confederazione GSEE – è
l’unico studente che venne mostrato, sia sui giornali che in tribunale, senza
essere stato prima “ripulito”. “In quel momento volevano terrorizzarci –
continua -, ma il mio processo si rivelò un boomerang e la protesta si estese a
Salonicco, Patrasso, Iannina”.
Già dal 15 novembre, attorno al Politecnico si erano assiepate
migliaia di persone. Distribuivano volantini, raccoglievano pane e latte per
gli occupanti. “Allo scopo di isolarci – ricorda Valavani – il pomeriggio del
16 i militari dispersero prima di tutto questa gente, poveri e lavoratori di
ogni quartiere di Atene”. “Sui tetti dei palazzi circostanti – continua la
parlamentare – erano appostati i cecchini. Dell’esercito? Dell’Asfalia? Dei
servizi segreti? Nessuno lo saprà mai, perché su quella strage non è mai stata
aperta un’inchiesta”. “Non miravano al cortile, dove eravamo a portata del loro
tiro. Sparavano a chi provava a entrare per unirsi a noi”. Infine, alle 2:50
del 17 novembre, un carro armato AMX-30 sfonda il cancello sulla via Patision e
i militari stroncano la rivolta con un bilancio che, a seconda delle fonti, va
da 24 a una settantina di morti, oltre a un migliaio di feriti.
Le scuse di Washington arrivarono solo nel 1999. Il presidente Clinton in
visita ad Atene ammise che “quando la giunta prese il potere nel 1967, gli
Stati Uniti permisero al loro interesse di continuare la Guerra fredda di
prevalere sul loro dovere di difendere la democrazia”.
Dopo la cruenta repressione della rivolta, viene reimposta la legge marziale e
Valavani (che militava nel Partito comunista greco, KKE) entra in
clandestinità. Arrestata il 14 febbraio 1974, viene portata nella caserma
dell’Asfalia di via Mesogheion. Spedita alla prigione di Koridallos in attesa
della corte marziale, viene amnistiata e liberata il 16 luglio 1974 quando la
giunta collassa in seguito alla disastrosa avventura militare a Cipro.
Quarant’anni dopo, nell’ultimo romanzo di Petros Markaris (“La
resa dei conti”) il suo commissario Charitos indaga sull’uccisione di tre ex
ragazzi del Politecnico, corrotti arrampicatori sociali che dopo il ritorno
della democrazia nel 1974 hanno sfruttato il prestigio guadagnato durante la
resistenza per conquistare denaro e potere.
“Quella del Politecnico è una generazione in parte controversa – spiega
Raftopoulos -. C’è chi si è arricchito illecitamente durante i governi del
PASOK. Chi ha fatto carriera nella destra, come Chrysanthos Lazaridis (il
consigliere del premier conservatore Antonis Samaras che recentemente ha
paragonato i neonazisti di Alba Dorata a Syriza, parlando di opposti
estremismi, ndr)”. “Tuttavia – sottolinea Raftopoulos – molti di quegli ex
studenti svolgono tuttora una funzione democratica rilevantissima, perché
all’interno dei loro partiti, con le loro associazioni e attraverso il loro
ruolo pubblico alimentano la mobilitazione dal basso nata col movimento
anti-austerità”.
Con la disoccupazione giovanile che sfiora il 60% e la Troika (Bce, Commissione
Ue e Fmi) che ora esige migliaia di licenziamenti nel settore statale e lo
smantellamento dell’industria militare e di quella dei veicoli industriali, nei
cortei che quotidianamente attraversano Atene risuona il grido: “La giunta non
è finita nel 1973: pane, istruzione, libertà!”. Ne è sicuro Dimitris
Papachristos, uno degli speaker della radio che dal Politecnico nel 1973
trasmetteva i suoi appelli all’unità studenti-lavoratori: “la violenza
dell’insicurezza e dell’indigenza è peggiore di un manganello, perché ti
colpisce nei bisogni quotidiani”. “Viviamo in un’illusione – continua -: una
dittatura economica di fatto, ammantata di democrazia, cerca di legittimare
soprusi impensabili perfino sotto la giunta”. Mentre l’altra voce della “libera
emittente dei greci”, Maria Damanaki, è diventata commissaria europea alla
pesca, Papachristos ritiene che a causa delle politiche dell’Ue “stiamo nono
solo svendendo il Paese, ma perdendo la nostra indipendenza e sovranità”.
Valavani sostiene che “il regime dei memorandum ha dato vita a una situazione
inedita: la classe media è stata marginalizzata, e assistiamo alla sua rapida
distruzione. Se la sinistra (la sua Syriza, col e 26,89% e 72 seggi è il primo
partito d’opposizione, ndr) non saprà diventare egemonica, ci sarà una
radicalizzazione verso destra di quelle centinaia di migliaia di giovani
disoccupati e non istruiti che non possono nemmeno emigrare”.
Oltre che all’ideologia nazista, Alba Dorata (6,92% e 18 seggi)
si ispira proprio alla giunta: il suo leader, Nikolaos G. Michaloliakos, ha
elogiato pubblicamente i colonnelli sotto i quali “il paese prosperava e il
debito pubblico era pari a zero”. Il 31 gennaio scorso, parlamentari e
militanti del partito neonazista erano presenti in massa ai funerali del
colonnello Nikolaos Dertilis, morto a 94 anni dopo 38 passati in carcere per
aver assassinato un manifestante durante la rivolta del Politecnico. E, come
rivelato recentemente dal quotidiano Katimerini, Michaloliakos e i suoi
camerati avevano proposto a Christos Papadopoulos e Iannis Makarezos, entrambi
figli di leader della Giunta, di entrare nelle liste di Alba Dorata per le
elezioni del 2012.
Dopo l’assassinio, il 18 settembre scorso, del rapper Pavlos Fyssas per mano di
un militante di Alba Dorata, le forze politiche e la magistratura stanno
facendo terra bruciata attorno ai neonazisti che alle elezioni del 2009 avevano
raccolto solo 20.000 voti in tutta la Grecia. Tre anni dopo, anni segnati dalle
misure economiche imposte dai memorandum, ne hanno ottenuti 440.000.
Valavani, l’x ragazza del Politecnico, ne è convinta: ”Alba Dorata è molto
pericolosa ma è solo un sintomo. Il grande impoverimento della democrazia di
cui siamo testimoni oggi in Grecia è causato dalle politiche imposte dalla
Troika, da quel liberismo che Saramago ha definito il nuovo assolutismo”.
Michelangelo Cocco